Manifesto Poetico

In continua oscillazione tra VITA NOMADE per rendere veri i paesaggi che si attraversano e VITA STANZIALE per costruire la comunità.
Camminare, un’azione che ho imparato con fatica all’inizio della vita e poi divenuta automatica, non più cosciente. Camminando ho cominciato a costruire il paesaggio che mi circondava, ho trasformato l’insieme dei miei passi in forma simbolica, nella mia prima azione estetica dentro i territori del caos nei quali cercavo di trovare un mio ordine. Ho portato con me il menhir, le pietre danzanti, la scultura, il paesaggio.
Sono stato nomade nella transumanza, sono stato a pascolare il gregge con Abele, cacciatore errante nel paleolitico, il ka dell’antico Egitto, sono stato percorso sacro, danza, pellegrinaggio, processione. Camminando ho approfondito i momenti di passaggio della storia recente, ho camminato da dadaista, da surrealista, ho percorso le strade dell’Internazionale Situazionista fin dentro la Land Art, attraversando la Città Banale di Dada, quella entropica, quella inconscia ed onirica dei surrealisti, quella ludica e nomade dei situazionisti. Ho costruito spazi simbolici. Il mio tempo è stato ludico. Ho galleggiato in un liquido amniotico dove sedimentano gli spazi dell’altrove, sono andato alla deriva attraverso arcipelaghi urbani, sempre dentro lo spazio dell’andare.
Ho teorizzato la deriva e sperimentato comportamenti giocosi, ho prodotto spazi vuoti. Ho progettato accampamenti nomadi e deambulato con le avanguardie. Ho guidato con Tony Smith lungo autostrade in costruzione. Ho seguito le linee disegnate calpestando l’erba di un prato e disegnato labirinti per una Nuova Babele. Ho visto crescere spazi in transito tra le pieghe delle città, territori in continua trasformazione.
E ho coltivato con fatica la terra insieme a Caino, e per la sua colpa sono stato errante e fuggiasco, ho assoggettato la natura per costruire insieme alla mia stirpe nuovi universi artificiali quando il mio destino era stare, fermarmi in un luogo per lavorare. Il mio tempo è stato produttivo. Ho costruito città, spazi concreti. Ho governato il fuoco, ho forgiato i metalli, così come ogni nera arte della tecnologia. Non sempre ho rispettato Madre Terra, spesso l’ho predata, prosciugata.
Io sono la storia di questa terra, una storia dell’andare e venire, del camminare e navigare, una storia di migrazioni dei popoli e di scambi culturali e religiosi avvenuti lungo tragitti che interessano tre diversi continenti. E’ all’incessante viaggiare e mescolarsi degli uomini che si deve la lenta e ricca mappatura di questi territori.
UUUUDUM: Il Pianeta come uno spazio ibrido, lo spazio dell’andare in cui si celebra il rito dell’eterna erranza, che dà senso anche al fermarsi a costruire città, luoghi dove si svolge la vita della comunità. Una città nomade, una geografia in continuo movimento e mutamento, uno spazio vuoto dove i percorsi connettono pozzi, oasi, luoghi sacri, città, terreni buoni per il pascolo o per le vigne. Uno spazio in cui i frammenti dei luoghi dello stare galleggiano nel vuoto dell’andare.


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